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Recensioni Cd & Dvd

Greatest Lovesongs Vol. 666 - recensione di Emanuele Biani

HIM – GREATEST LOVESONGS VOL. 666

 ‘Greatest Lovesongs Vol. 666’ è il debutto su lunga distanza dei finlandesi HIM e, che ci crediate o meno, può diventare l’ideale colonna sonora per il vostro cammino di perdizione. Un album breve, se escludiamo le numerose tracce mute inserite per raggiungere quota 66, con due cover (‘Wicked Game’ di Chris Isaak e ‘Don’t Fear The Reaper’ dei Blue Oyster Cult) assimilate così magnificamente da confondersi nel tessuto di un’opera comunque intensissima, che ridefinisce le coordinate del rock/metal d’ispirazione gotica e si pone come autorevole termine di paragone per il futuro. Nel 1997 gli HIM sono il primo gruppo europeo a riuscire nell’impresa di trascrivere in chiave personale l’inquietudine dimessa ed erotica dei Type O Negative, un successo tanto più eclatante se si considera la giovane età dei musicisti, abbastanza incoscienti da azzerare le influenze hardcore della band di Brooklyn e sostituirle con spudorati accenni melodici al rock radiofonico di Bon Jovi e Billy Idol. Pur seguendo un orientamento stilistico comune, le canzoni sono tutte decisamente eterogenee e a tratti piuttosto naif, con improvvisi stacchi di tastiera e voce filtrata a spezzare la potenza di una sezione ritmica consacrata all’heavy metal, che però deve segnare il passo nei confronti delle disarmanti ballate d’amor & morte declamate dal cantante e principale compositore Ville Valo. Grande merito di questa imprevedibilità va riconosciuto al produttore Hiili Hiilesma, che firma un sound al tempo stesso compatto e dinamico, capace di alternare pesantezza e leggiadria con la massima naturalezza, limitando dove necessario l’esuberanza artistica di un gruppo inconsciamente anticonvenzionale. ‘Greatest Lovesongs Vol. 666’ è un disco imperdibile per chiunque sia consapevole di lastricare con cattive intenzioni la propria strada verso il paradiso, un caldo rifugio tra le fiamme dell’inferno per tutti quei cuori che altrimenti morirebbero congelati. Una dolce dannazione dalla quale non vorrete mai redimervi.

Tears On Tape - recensione di Emanuele Biani

HIM – TEARS ON TAPE

Ci sono due modi di perdere qualcosa che si ama. Il primo è lasciarla andare via per sempre, il secondo è tenerla al proprio fianco e guardarla cambiare fino a diventare irriconoscibile. Molti fans degli HIM probabilmente hanno provato il timore di vivere entrambe le situazioni, prima attraverso la discussa trilogia dei cosiddetti album americani, che hanno trasfigurato – non sempre per il meglio – il sound di una band che fino a 'Love Metal' era stata quasi perfetta, poi lungo quasi tre anni di sostanziale oblio artistico a 360°, solo parzialmente giustificabile dai problemi di salute del batterista Gas Lipstick. In questo senso, il nuovo 'Tears On Tape' era atteso come un colpo di coda fondamentale per la carriera di Ville Valo e soci, una resurrezione creativa che risollevasse sul trono del gothic rock romantico i legittimi sovrani dei nostri tempi. A mio modesto avviso il miracolo si è compiuto a metà, ma non perché la qualità dell'album sia altalenante o discontinua, quanto piuttosto per il netto stacco d'ispirazione che si avverte tra le prime sette canzoni e l'ipotetica seconda facciata del vinile, dove la presenza di ben tre interludi su sei tracce finisce per rallentare irrimediabilmente l'intensità del disco. Tra questi episodi conclusivi, inoltre, solo 'WLSTD' può definirsi memorabile – una sorta di 'WLADE' condannata al purgatorio di 'Venus Doom' – mentre 'No Love' è un pezzo bello tosto che inciampa nei suoi stop'n'go sconclusionati e 'Drawn & Quartered' un lento passionale ma davvero rovinato dal falsetto infinito di un Valo ben lontano dalle sue migliori interpretazioni. Detto dei difetti, credo sia giusto parlare dei pregi, che fortunatamente non sono pochi. Se infatti 'All Lips Go Blue' è un discreto esercizio pop rock che non taglia definitivamente il cordone ombelicale dal controverso 'Screamworks', nei successivi cinque brani gli HIM calano un poker d'assi che fa saltare il banco delle più rosee aspettative. Il marchio di fabbrica del gruppo finlandese torna a splendere sulle note di 'Love Without Tears' e 'Hearts At War', così simili nel fondere ritornelli strappalacrime ad un impatto strumentale grintoso, e soprattutto in coincidenza della languida – ma mai stucchevole – title track e dell'autentico capolavoro dell'album, il secondo singolo 'Into The Night'. Una composizione variegata e dagli strepitosi arrangiamenti, ricca di spunti melodici e variazioni ritmiche, tra chitarre acustiche ed elettriche che s'intrecciano ed una linea vocale finalmente decisiva nel recupero delle ingenue atmosfere anni '80 tanto care al leader incontrastato della band. Forse 'Tears On Tape' non è un viaggio che si muove sempre su coordinate precisissime, ma di sicuro non è nemmeno un lavoro nostalgico che rinnega il recente passato per rinverdire i fasti di un periodo oggettivamente irripetibile. Solo il tempo può dirci se la coerenza di questo percorso artistico sarà infine premiata. (Emanuele Biani)

Venus Doom - Emanuele Biani

 

 

‘VENUS DOOM’
(SIRE/WARNER)
Ci sono band che riescono a far coincidere gli album migliori della propria carriera in diverse fasi temporali, costellando il proprio percorso artistico di apici qualitativi che fissano indelebilmente i tratti essenziali di un’evoluzione stilistica. Poi ci sono gruppi che per unicità di suono ed attitudine incarnano lo stesso concetto di stile e dispongono di una sola chance per raggiungere il loro zenit, a volte rischiando di diventare uno statico esempio da imitare o peggio ancora uno stereotipo vivente. Neppure il più sviscerato affetto nei confronti degli HIM mi induce ad identificarli nella prima categoria, se non altro dall’epoca di ‘Greatest Lovesongs Vol. 666’ e ‘Razorblade Romance’, che tuttora testimonia una vetta d’ispirazione ed urgenza espressiva ineguagliata anche dai due dischi successivi, che possono considerarsi come il perfezionamento formale di uno stato di grazia irripetibile. In questo senso il precedente ‘Dark Light’, non a torto ritenuto l’anello debole di una catena fino ad allora salda e scintillante, per la band può essere visto come un tentativo riuscito a metà di svincolarsi dalla scomoda ombra del suo stesso passato, grazie a sonorità dal respiro più internazionale e melodie debitrici di un certo pop rock statunitense, a dire il vero assimilate in maniera non sempre impeccabile. ‘Venus Doom’ si affida nuovamente alle mani esperte del produttore Tim Palmer, che in questa occasione non ripete l’errore di frenare l’irruenza strumentale del gruppo, ma anzi ne incrementa l’amplificazione in studio, consegnando nelle pallide mani di Ville Valo il primo album dal sound autenticamente metal dai tempi del lontano debutto. Il leader degli HIM non si lascia quindi sfuggire l’opportunità di comporre brani piuttosto lunghi ed articolati rispetto agli standard passati, i cui riff portanti evocano persino reminescenze NWOBHM (‘Dead Lover’s Lane’) e l’insospettabile ascendente dei Metallica anni ‘90 (‘Passion’s Killing Floor’). Il tutto viene ovviamente stemperato a livello armonico dalla vena passionale ed un tantino melodrammatica di un Valo insolitamente gigione ed eclettico, che sguazza senza ritegno nelle plumbee divagazioni Sabbathiane della composizioni più estese (la title track, il singolo ‘Kiss Of Dawn’ e la maratona di ‘Sleepwalking Last Hope’), alternando lugubri vocalizzi baritonali e furbeschi singhiozzi strappalacrime. In tutta onestà scarseggiano gli episodi di livello assoluto, tanto in un’ottica artistica quanto in prospettiva commerciale, ma è altrettanto vero che le cadute di tono del disco precedente vengono evitate con la classe esecutiva di una band che non ha più nulla da dimostrare. Forse per gli HIM è tramontata per sempre l’era del sacro fuoco artistico, ma in un panorama gothic rock sostanzialmente privo di autentici rivali, la qualità discreta e costante di ‘Venus Doom’ può già rappresentare una garanzia per sdoganare la band nel Nuovo Continente. (Emanuele Biani)

Screamworks: love in theory and practice - Emanuele Biani

 

 

‘SCREAMWORKS: LOVE IN THEORY AND PRACTICE’
(SIRE/WARNER)

Credo di non farneticare e spero che nessuno si offenda, quando scrivo che gli HIM si sceglierebbero dei fan diversi, se solo ne avessero facoltà. Un po’ come i 30 Seconds To Mars e le loro sonorità sempre più magniloquenti, che segnerebbero una progressione artistica potenzialmente inarrestabile, se a goderne non fossero in buona parte adolescenti emo altrimenti impegnati con una piastra per capelli. Nei primi giorni di pubblicazione dell’opera più squisitamente pop firmata Ville Valo, invece, mi tornano in mente le ultime esibizioni del gruppo finlandese, dove l’avvicinamento alle prime file sembrava una sconcertante mischia di rugby contro una torma di ragazzine in fregola, mentre dal palco i sorrisetti del cantante tradivano forse più imbarazzo che gratitudine. Insomma, a prescindere dal fatto che una rock band possa intendersi votata a nobili traguardi artistici piuttosto che a biechi fini commerciali, a qualificarla sarà sempre la natura del pubblico pagante, anziché il proprio valore effettivo. In tal senso, la stroncatura dell’ammaliante orecchiabilità di ‘Screamworks’ sarà un lavoretto assai facile per i tanti nerd che, nascosti dietro la foglia di fico dell’anonimato telematico e di una cultura pop ai limiti dell’analfabetismo, ancora giudicano la qualità di un album in base al volume delle chitarre. Infischiandosene dei pregiudizi, la settima prova in studio degli HIM realizza l’auspicato punto di svolta dopo la doppia sbandata di ‘Dark Light’ e ‘Venus Doom’, album con velleità compositive a tratti troppo ambiziose per un gruppo europeo che mira al mercato americano rinunciando deliberatamente alle proprie caratteristiche più commerciali. ‘Screamworks’ suona invece come un ‘Razorblade Romance’ ricoperto di delizioso zucchero caramellato, un disco posseduto da un’anima pop tanto spudorata quanto seducente e valorizzato nel suo insieme dalla produzione rotonda e frizzante di Matt Squire, che riporta sistematicamente il sound sul terreno più congeniale del rock a tuttotondo. Ogni brano resta contenuto entro i limiti dei quattro minuti e talvolta non può nemmeno fregiarsi dell’onore di un assolo, tuttavia la scrittura di Valo rivaleggia in fantasia e vivacità coi primi due capisaldi della band, dimostrando come la vittoria nella battaglia contro l’alcolismo abbia recato in dote il sospirato ritorno alla migliore ispirazione. Personalmente detesto la citazione dei singoli brani in una recensione, tanto più al cospetto di un’opera vertiginosamente omogenea nella sua qualità, eppure nell’epoca frenetica del download selvaggio, ascoltare le strepitose dinamiche di ‘In Venere Veritas’, gli arrangiamenti sontuosi di ‘Love The Hardest Way’ e gli incanti melodici di ‘Acoustic Funeral’ si rivelerà un esperienza eccitante per i fan più superficiali ed appagante per qualsiasi critico obiettivo. Per i collezionisti, va segnalata un’edizione limitata con l’intero album in versione acustica sul secondo cd. (Emanuele Biani)

Dark Light- Emanuele Biani

 

 

‘DARK LIGHT’
(SIRE/WARNER)
Quando la carriera di un artista si basa dalle fondamenta sulla figura retorica dell’ossimoro, le sue opere si espongono fatalmente al pericolo banale ma tangibile della caduta in contraddizione. Forse era destino, ma anche la Luce Oscura che illumina a intermittenza questo disco rappresenta il contrasto tra le peculiarità genetiche degli HIM, da sempre protagoniste nel fertile DNA della scena finlandese, e la volontà nemmeno troppo velata di compiacere il pubblico americano, riluttante ad assimilare qualsiasi forma espressiva oltre l’immediata fruibilità. Il controverso teatro di ‘Dark Light’ apre il sipario sulle note di una canzone tra le più appassionate e disarmanti che la capricciosa fantasia di Ville Valo abbia mai partorito, per poi chiuderlo con identica naturalezza sulle strutture disarmoniche e zoppicanti di un pasticcio difficilmente riconducibile allo stesso autore. In effetti, l’imbarazzante divario tra il pathos quasi insostenibile di ‘Vampire Heart’ e l’incertezza sconclusionata di ‘In The Nightside Of Eden’ è lo specchio fedele di un album che alterna luci ed ombre non tanto sotto il profilo delle atmosfere, quanto piuttosto a livello qualitativo. La quinta prova discografica degli HIM, oltre a inaugurare il sodalizio col colosso Sire/Warner, omaggia i propri clienti di una corsa sulle montagne russe delle emozioni, eliminando quasi del tutto la scala dei grigi tra il bianco dell’adrenalina e il nero della noia. In questo senso, risulta azzeccata la scelta di singoli eccellenti come ‘Rip Out The Wings Of The Butterfly’ e ‘Killing Loneliness’, che magari non riescono a nascondere l’ingombrante presenza di alcuni filler (‘Drunk On Shadows’ e la title track), ma vengono affiancati da altrettanti episodi suggestivi e dinamici, marchiati a fuoco dal caratteristico simbolo degli HIM (‘Behind The Crimson Door’ e ‘Face Of God’). Resta un mistero la ragione per cui l’edizione limitata dell’album, disponibile solo sul sito ufficiale, comprenda due tracce bonus (‘The Cage’ e soprattutto ‘Venus In Our Blood’) oggettivamente superiori ai brani meno riusciti della versione standard, ma nel complesso si avverte la sensazione che la genesi di ‘Dark Light’ non sia avvenuta senza ingerenze esterne alla libertà artistica della band. E questo, in fondo, è forse l’unico difetto che possiamo imputargli. (Emanuele Biani)

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