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The Heartagram Path - HIM Approved Site - La tua risorsa italiana al Love Metal e agli HIM

Traduzione dell'articolo di Metal Hammer (Prima Parte)

 
Traduzione a cura di Alessia Poldi
 
“Ci saranno lacrime” dice, cominciando a raccontare la storia di ciò che ha portato gli HIM in ginocchio dopo 26 anni. Qui, per la prima e unica volta, Ville Valo rivela il perché abbiano scelto di andar via con uno schianto e perché certe cose sia meglio lasciarle morire.
È metà pomeriggio di un lunedì di ottobre e tutti gli occhi del Paese sono puntati verso il cielo. L’uragano Ophelia, il sistema meteo più colossale e potenzialmente violento degli ultimi 30 anni si sta avvicinando lentamente e inesorabilmente al Regno Unito, con uno strano effetto collaterale. Una grande quantità di sabbia risucchiata dal Sahara dal forte vento si è mescolata alle nuvole basse facendo diventare il cielo arancione e, come confermato da numerose foto pubblicate sui social media, il sole è attualmente rosso sangue. Siamo stati rassicurati, non si sono aperte le porte dell’Inferno, ma è come se qualcuno avesse applicato al Regno Unito un filtro dell’Apocalisse, e non è difficile immaginare che, se il mondo andasse in fiamme, apparirebbe proprio così, mentre tutti lo documentano su Instagram.
È una scena calzante, perché in questo momento, ai Murder Mile Studios, East London, c’è un mondo che sta davvero finendo. Il fotografo John McMurtrie sta catturando quelle che potrebbero essere le ultime immagini su Metal Hammer di Ville Hermanni Valo, un uomo che, come frontman, fondatore e forza visionaria e creativa degli His Infernal Majesty, è stato su queste pagine innumerevoli volte. Definirlo un gigante nel nostro mondo è riduttivo, perché dal debutto degli HIM al di fuori della scena rock finnica, circa 20 anni fa, Ville Valo si è dimostrato molto di più di un semplice musicista. La malinconia contorta e il suo fiuto per i drammatici cambi di frase l’hanno reso famoso come formidabile songwriter, ma sono stati il suo inimitabile stile gotico, l’essere a suo agio davanti a un obiettivo, il modo studiato in cui si esprime – la personificazione dell’Heartagram- a renderlo una delle ultime vere icone della sua generazione. Se gli HIM sono arrivati fin qui è perché l’uomo al timone non ha solo catturato i cuori e l’immaginazione. È perché è interessante. È perché Ville Valo è originale. 
E poi c’è la musica: dura come ferro battuto, sfacciatamente romantica e Sabbathiana, pur abbracciando la sensibilità più pop e le emozioni del movimento goth degli anni ’80. Gli HIM non hanno solo registrato canzoni: hanno costruito un mondo attorno a loro, che Ville ha governato per oltre 26 anni. Ora, come un dio indifferente, non vuole più averne nulla a che fare. 
La notizia dello scioglimento degli HIM è arrivata con un messaggio criptico sulla pagina Facebook della band, il 5 marzo scorso. Prima c’è stato un lungo periodo di inattività, e ancora prima (nel 2015) l’addio del batterista Gas Lipstick dopo 16 anni, ma nonostante tutto è stato uno shock.
Si leggeva: “Dopo un quarto di secolo dell’intreccio di Amore e Morte, crediamo sinceramente che gli HIM abbiano concluso il loro corso innaturale e alcuni addii devono essere detti per lasciare spazio a visioni, odori e suoni ancora inesplorati. Abbiamo completato la trama, risolto il puzzle e girato la chiave. Grazie. “
Un simile annuncio da parte di una band che è sempre stata una costante creativa, ha lasciato sia il mondo musicale sia i fan perplessi, a domandarsi se il tour conclusivo avrebbe portato risposte alla bruciante questione: che diavolo è successo? 
Il servizio fotografico sta per concludersi, Ville si sdraia sui mobili e si mette in posa per la fotocamera con la naturalezza di chi ha fatto la stessa cosa moltissime volte. Come sempre, il flessuoso finnico vuole subito vedere le foto – è sempre stato molto attento a come viene ritratto. Per un uomo che sta per compiere 41 anni è piuttosto in forma, possibilmente più in salute di quanto sia stato in lungo tempo. Ha smesso di bere e di fumare, dice – un importante traguardo per qualcuno che era solito accendere compulsivamente sigarette e per qualcuno per cui arrivare alle interviste con un sacchetto pieno di birre era la normalità. Dice che vuole essere in forma smagliante per l’ultimo tour e parla della fine degli HIM come molte persone parlerebbero di un giro per negozi.
“Di cosa vogliamo parlare?” dice, ridendo.
Partiamo con chi ha lasciato chi. “Diciamo che mi sono licenziato dalla band” dice, chiaramente orgoglioso della sua intelligenza, e con questo inizia l’ultimo capitolo degli HIM. Salutiamo le persone in studio e camminiamo verso il mio appartamento lungo la strada, meravigliandoci di quanto sia bella la fine del mondo. 
Quando gli HIM sono apparsi sulla scena, la musica heavy si stava ridefinendo. Erano gli anni novanta, e i Big Four del thrash e gli dei che li avevano preceduti avevano lasciato spazio a vari estremi, ibridizzazioni e territori inesplorati. A rendere speciali gli HIM non è stato il fatto che il loro sound nostalgico fosse così diverso da tutte queste cose, ma che arrivasse dal cuore, e il suo incanto sentimentale ha parlato alle persone come pochi altri hanno fatto. E si vede ai concerti: il fervore, le file interminabili, i testi cantati a squarciagola in transenna. C’era un soffio di Beatlemania nell’aria- non solo dopo i concerti ma anche nel modo in cui i fan seguivano ogni movimento di Ville e, come gli innumerevoli forum dei fan ci fanno capire, si aggrappavano a ogni sua parola. Dopo l’uscita di Love Metal nel 2003, l’Heartagram, disegnato dallo stesso Ville, ha iniziato ad apparire ovunque: su magliette, giacche, sulla pelle, sugli enormi fondali man mano che i locali in cui suonavano si ingrandivano e la loro fama raggiungeva l’apice con gli album e i tour seguenti. C’erano altri effetti, anche: mesi, a volte anni di stanchezza, isolamento, cuori spezzati, liti, abuso di alcool e tutti gli effetti collaterali del successo di cui nessuno ti parla.
Siamo seduti in una stanza in penombra, ora, riflettendo sui tempi andati e ammirando le nuvole basse che si muovono in un cielo arancione al suono del vento. Un lupo ulula… ok, sto scherzando.
Quindi cos’è successo?  
“Semplicemente non c’era più lo stimolo”, dice dopo un momento di riflessione, scegliendo attentamente le parole. Al di fuori di un cerchio ristretto di amici e familiari, questa è la prima volta che parla della fine di una band che ha fondato nel 1991. Vista la gravità di tutto questo, sembra abbastanza tranquillo. 
“Quando siamo ritornati con Tears on Tape nel 2013, abbiamo avuto tempi un po’ duri – con le case discografiche e tutta quella roba lì. Ma una band deve essere forte e, e l’amicizia deve essere forte, così puoi concentrarti sulle cose essenziali come bere birra e muovere il culo”. 
I tempi che cambiavano nel settore musicale e reazioni discordanti sull’ottavo album certamente non hanno aiutato. Sebbene sia stato un solido seguito a Screamworks (2010), Tears on Tape in qualche modo ha fallito nell’infiammare il mondo, e i finnici hanno avuto un altro duro colpo quando il batterista Gas Lipstick ha lasciato la band nel 2015, motivando l’addio con un desiderio di nuovi orizzonti. 
“Abbiamo iniziato a lavorare a Tears on Tape e in quel periodo il suo braccio ha iniziato a non funzionare bene” dice Ville “Poi è guarito ed eravamo tutti super felici, ma dopo due tour ha deciso che per lui era finita. Non eravamo più sicuri di cosa fare dopo. Ho provato a cercare un nuovo batterista per tentare un’ultima volta. 
La band ha reclutato Jukka ‘Kosmo’ Kröger e ha fatto un’apparizione a sorpresa con la nuova lineup a Oulu, in Finlandia, nell’estate del 2015. Avrebbe dovuto cominciare a lavorare a un nuovo album nel 2016. E poi non è successo nulla. 
“Abbiamo fatto un paio di concerti con il nuovo batterista e abbiamo provato forse due o tre canzoni, ma suonavano di merda. Non c’era il cuore. E non è perché è stato fatto e detto tutto. Ci conosciamo tutti molto bene -  tutti non vediamo l’ora di fare questo tour perché è nostalgico ed è il nostro ultimo viaggio attraverso l’universo HIM, ma è per questo che ho voluto concludere il percorso di questa band, perché secondo me le cose potevano solo peggiorare…”
Hai voluto finire quando eravate ancora amici.  
“Se possibile sì, ma abbiamo ancora tempo di diventare nemici durante il tour! Ha ha ha! Ancora scherziamo tra di noi, tutte le cose belle ci sono ancora, ma lo spirito creativo, il bisogno di…come si dice… fanculo, non parlo inglese da un sacco di tempo. Il bisogno di avere successo…”
L’ambizione?
“Sì, quella. Mi sembrava che a tutta la band mancasse l’ambizione. Io mi considero un artista egocentrico, nel senso che devo amare quello che faccio. Ho bisogno di quel feeling da quindicenne intontito:  in termini di oggi, devo entrare in risonanza. Non voglio sprecare la mia energia. Ho bisogno di seguire il mio cuore e di fare quello che è meglio per me. Non voglio fare nomi, ma non voglio arrivare a 55 anni e suonare ancora Wicked Game così com’è sempre stata. Il pubblico è fantastico, ma non voglio semplici ripetizioni. Forse è il dilemma della gabbia dorata – è bella, ma è sempre una gabbia. 
Se Ville sembra arrabbiato qui, vi assicuro che non lo è- tutto ciò che è derivato da una delle più grandi decisioni della sua vita è già stato assimilato, ed è enfatico a proposito dell’atteggiamento positivo che ha accompagnato la rottura. 
“Ci abbiamo riflettuto a lungo. Linde e io ci conosciamo da quando avevamo 7 anni. Suoniamo insieme da quando ne avevamo 11 e abbiamo fondato la prima versione degli HIM nel 1991. Quello che mi è sempre piaciuto negli anni ’90, nei primi 2000 è che eravamo come fratelli, combattevamo gli uni per gli altri, vivevamo insieme in una casa schifosa. Sono un romantico, ma ho dovuto arrendermi. E’ un po’ agrodolce essere arrivati alla fine e ammettere che non è abbastanza. Ho sempre sperato che ci fosse un album che avrebbe cambiato le cose per il meglio. Tears on Tape è stato un gran momento per noi ma alle persone non è piaciuto. Era il momento di dimostrare che sbagliavano, ma non abbiamo avuto le energie e poi Gas se ne è andato proprio nel momento in cui dovevamo essere come d’Artagnan e i tre Moschettieri, o cinque.  Davanti alle avversità alcune persone diventano più forti. E’ questo che speravo. 
Fa una pausa qui, un po’ di disappunto nella sua voce. Sospira. “Invece questo ha separato le persone”. 
E’ stato un lamento e non uno schianto a mettere fine a tutto. In una fredda notte di febbraio 2017, la lineup degli HIM si è riunita in un pub vicino alla loro sala prove e ha deciso di concludere un “fidanzamento” lungo 26 anni, che ha portato innumerevoli tour e più di dieci milioni di dischi venduti. È stata indetta una riunione ma la decisione era già presa. Aveva già parlato con Mige prima – Ville confessa che Mige è stata una spalla durante tutto il processo e lo ha aiutato a razionalizzare quel che stava succedendo- e hanno optato per fare fronte comune “così gli altri potevano bere qualcosa e calmare i nervi”.
“I cliché si sono dimostrati veri” ammette “l’emozione non è scomparsa, è andata altrove. Parlare del tempo con i ragazzi, o discutere le vecchie canzoni? Nessun cambiamento qui, ma quando si parla del futuro vediamo cose molto diverse, o nulla. Tutti erano silenziosi, abbiamo parlato soprattutto io e Mige.” 
Dice poco del tenore della conversazione, ma lo descrive come un dialogo a due, con lui e Mige che parlavano e gli altri seduti in silenzio.  Era un’occasione cupa, ma si ha il senso che fosse qualcosa di aspettato.  “Credo che l’unica volta in cui Linde mi ha chiamato negli ultimi 8 anni sia stata per chiedermi se pensavo davvero che fosse una buona idea” dice “Non ci sono state lacrime. Penso che arriveranno a Capodanno, al nostro ultimo concerto. Sono rattristato, ma molto felice per i 25-26 anni che abbiamo avuto. È meraviglioso, una cosa che capita una volta nella vita. Ho detto agli altri “non si sa mai quello che può succedere, ma c’è una ragione per farlo ora”. Avremmo potuto farlo 10 anni prima, ma è una cosa tipicamente finnica quella di voler arrivare alla fine più logica- forse volevo che fosse tutto più drammatico” conclude, con quella sua tipica risatina da vampiro. 
E che non si dica che gli HIM non siano andati vicino all’implosione. La storia di Ville Valo non sarebbe così degna di nota se non fosse così improbabile, e si potrebbe essere d’accordo sul fatto che di tutti i possibili modi in cui gli HIM potevano finire, un accordo amichevole e un tour d’addio sono comunque il miglior finale possibile, perché Ville Valo è sopravvissuto. 
Parlando di una persona che una volta ha interrotto un’intervista con il sottoscritto, si è avvicinato e ha spiegato che il motivo era che stava male e cagava sangue, questo vuol dire qualcosa. È contemplativo e tutt’altro che tetro quando discutiamo gli alti e bassi della sua carriera finora – i vecchi orpelli di fama e fortuna, i suoi successi essenziali e commerciali, l’intero, strano percorso che ha fatto, ma resta sul vago quando si tratta di toccare il fondo. Spesso si riferisce al periodo successivo a Razorblade Romance (2000) come al suo decennio di demenza, ma è risaputo che in quel periodo è stato sull’orlo del baratro una o due volte, soprattutto dopo la registrazione di Venus Doom nel 2007; a quel periodo risale infatti il suo ingresso alla Promises, una nota rehab clinic di Los Angeles, dopo essere svenuto ed essere scoperto disidratato e quasi morto da Seppo, il suo manager. Ci è mancato poco. 
“Il tuo punto più basso è quando sei fuori di testa, è quando cerchi di tornare indietro quando ti senti più vulnerabile e pensi “Dove sono stato, cosa ho fatto?” ti senti come un bambino indifeso. 
 
Continua… 
 

Commenti   

#1 profile 2018-11-01 07:39
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